SIRIA: LE RELAZIONI PERICOLOSE TRA I ROSSOBRUNI E IL NEGAZIONISMO “ANTIMPERIALISTA”

Di Germano Monti 

Seconda parte

L’INQUINAMENTO DEI POZZI

“Intanto ci scusiamo per questa nostra mail da lei non richiesta (comunque è la prima e l’ultima) ma la gravità della situazione impone uno strappo alle regole.
Ci riferiamo alla imminente guerra dell’Italia contro la Siria; una guerra che rischia di determinare conseguenze enormemente più devastanti di quella di un anno fa contro la Libia. La netta opposizione all’intervento armato della Russia e, sopratutto, della Cina – che, dopo la Libia, rischia di perdere anche l’ultima fonte di approvvigionamenti petroliferi, quelli dell’Iran (prossimo obbiettivo dell’Occidente) – delinea uno scenario da incubo; verosimilmente una guerra mondiale (forse, nucleare), in cui l’Italia e sopratutto Napoli, sede di ben due comandi NATO, sono i primi obbiettivi.
Ma, in nome di cosa il Governo Monti ha rotto – tre giorni fa – le relazioni diplomatiche con Damasco e si sta attrezzando ad una nuova guerra? Per fermare le “atrocità contro i rivoluzionari e la popolazione siriana”; “atrocità del regime di Assad” attestate da innumerevoli filmati che troneggiano sugli schermi televisivi e sulle prime pagine di tutti i giornali.
 Ora, quasi nessuno sa che questi filmati sono dei falsi.
Come false erano le “notizie” degli “stupri etnici” ordinati da Milosevic, le “armi di distruzione di massa” in mano a Saddam, i “bunker con armi batteriologiche” in Afghanistan, le “fosse comuni” in Libia… Tutte “notizie” oggi, da tutti, riconosciute prive di fondamento ma che, sono, comunque, servite per scatenare guerre, imporre una forsennata corsa agli armamenti, zittire il dissenso in Occidente (…)”.

Mail ricevuta dal sottoscritto e, presumibilmente, da altri attivisti per la Palestina e contro la guerra

Sappiamo per esperienza che una delle strategie dei fascisti, dai vecchi nazi-maoisti del 68 in poi, è quella di infiltrarsi – utilizzando sigle e terminologie “di sinistra” – nei movimenti. 
A questo link è possibile vedere il video della manifestazione in sostegno del regime siriano svoltasi a Napoli il 26 novembre 2011: http://www.youtube.com/watch?v=dGC1RlqXnKs . Il piccolo corteo è stato promosso dal solito network rossobruno attorno a Progetto Eurasia – Stato e Potenza ed era aperto da uno striscione con scritto “Hands off Syria”. In mezzo a ritratti di Bashar Assad, bandiere siriane, iraniane e dell’ex URSS,  un altro striscione dalla sigla inquietante: OLP. Il movimento di liberazione palestinese non c’entra nulla: il richiamo è alla vecchia Organizzazione Lotta di Popolo, sigla “nazi-maoista” attiva fra il 1969 ed il 1973, specializzata nell’infiltrazione dei movimenti di sinistra.
Il comitato promotore della manifestazione era costituito da: Stefano Bonilauri, di Reggio Emilia, uno dei due italiani della delegazione di Progetto Eurasia alla corte del clan Assad lo scorso novembre; Marco Costa, anche lui di Reggio Emilia, membro del Partito della Rifondazione Comunista ed anche della redazione di Stato e Potenza (http://www.statopotenza.eu/1979/solidarieta-al-nostro-redattore-marco-costa), sospeso dal partito per sei mesi a causa di queste frequentazioni; Francesco Delledonne, di Milano: un Francesco Delledonne, membro del Comitato Federale di Milano del PRC, è fra i firmatari dell’appello citato “Contro i preparativi di guerra all’Iran e alla Siria”. Non vi è certezza che si tratti della stessa persona; Andrea Fais, di Perugia, autore di numerosi articoli su Stato e Potenza; Ernesto Ferrante, di Napoli, del quotidiano Rinascita; Michele Franceschelli, di Bologna, di Opposta Direzione, “Pubblicazione non periodica eurasiatista. A cura del Coordinamento Progetto Eurasia”; Orazio M. Gnerre, di Benevento, scrive per Eurasia, anche in coppia con Claudio Mutti (http://www.eurasia-rivista.org/brics-i-mattoni-del-nuovo-ordine/12719); il già citato Ouday Ramadan; Gabriele Repaci, di Milano, che scrive su Rinascita (http://62.149.247.81/index.php?action=news&id=7383);  dulcis in fundo, due sconosciuti: Cristiano Pierro di Salerno e Antonella Rustico di Roma. Insomma, una bella comitiva, la cui composizione testimonia della pericolosa capacità di attrazione della galassia rosso bruna anche in ambienti di sinistra.

Comitiva in cui non troviamo il Prof. Tiberio Graziani, l’esponente italiano più noto del circuito eurasiatista: docente presso l’Università di Perugia, ha curato l’edizione italiana di diversi testi degli scrittori francesi Pierre Drieu La Rochelle e Robert Brasillach, editi dalle Edizioni all’Insegna del Veltro, Il Settimo Sigillo, Settecolori, Il Cavallo Alato, Il Sigillo, Ar, tutte conosciute come notoriamente di estrema destra. Graziani – docente anche del Master “Enrico Mattei”, diretto dal Prof. Claudio Moffa – è stato il Direttore della rivista Eurasia dalla fondazione al 2011, quando ha passato il testimone a Claudio Mutti.

La strategia adottata per impedire che in Italia si sollevasse un movimento a sostegno delle ragioni del popolo siriano e dalla sua lotta si può definire con la metafora dell’inquinamento dei pozzi.
I maestri della disinformazione hanno alle spalle una consolidata storia di negazionismo. L’elemento di fondo del negazionismo non consiste tanto nel fornire una versione diversa della storia, quanto nel mettere in dubbio la storia stessa. Alcuni anni fa, in una sua pubblicazione sui negazionisti dello sterminio degli Ebrei in Europa, una giovane studiosa mise in rilievo l’utilizzo di questa tecnica. Per esempio, non essendo possibile negare l’esistenza dei lager, i negazionisti affermano che si sia trattato di normali campi di prigionia e mettono in dubbio l’autenticità delle foto e dei filmati che li hanno immortalati, sostenendo che, da alcuni particolari, si vede che sono fotomontaggi o ricostruzioni con tanto di attori. Oppure, non potendo negare che vi siano stati degli esseri umani bruciati nei forni crematori, lo “storico” negazionista si esercita nella confutazione dei numeri, sostenendo, calcoli alla mano, che le dimensioni dei forni conosciuti e le loro capacità di combustione sono incompatibili con il numero di persone che si pretende vi siano state bruciate. Ne consegue che, se i “numeri” dello sterminio sono esagerati, si può a buon diritto insinuare che siano stati proprio inventati. Insomma, il negazionismo inquina il pozzo della verità, in maniera tale che si diffondano diffidenza e paura nei confronti di quell’acqua.
Il più autorevole (si fa per dire) esponente del negazionismo italiano è un certo Carlo Mattogno, il cui pensiero (anche questo, si fa per dire) è così riassunto su Wikipedia: “Nelle sue numerose pubblicazioni, Mattogno nega che siano state pianificate e poste in essere azioni di sterminio nella Germania nazista, in particolare contro ebrei e zingari: i lager sarebbero stati quindi dei meri luoghi di concentramento, transito, lavoro o soggiorno, funzionali ad una politica di evacuazione di alcune categorie di persone potenzialmente pericolose”. Quasi degli alberghi. Ma andiamo avanti nella lettura: “L’Olocausto non sarebbe altro che un’enorme macchinazione propagandistica, nata negli ambienti dei lager ad opera delle cellule resistenziali ebraiche, sistematizzata in seguito dai Sovietici, imposta da tutti gli Alleati alla fine della guerra grazie ai processi di Norimberga – che egli ritiene in gran parte basati su prove e testimonianze false o falsificate – e definitivamente accettata dagli storici e dai principali stati del mondo (…) Una delle sue argomentazioni consiste nell’impossibilità fisica dei forni crematori esistenti di eliminare l’enorme massa di cadaveri dei prigionieri uccisi nelle camere di sterminio, per questioni di tipo tecnico e ingegneristico. Allo stesso tempo, vengono considerate fisicamente impossibili – e comunque non avvenute – anche le cremazioni dei cadaveri nelle fosse scavate all’aperto”.
I sostenitori nostrani del tiranno siriano hanno agito con la stessa, collaudatissima tecnica, arruolando nell’opera di disinformazione – ed è l’aspetto più rivoltante di tutta la vicenda – anche personaggi e movimenti di sinistra e pacifisti. Naturalmente, parlare di un rapporto organico fra settori della sinistra e neofascisti sarebbe pura provocazione, ma è fuor di dubbio che da mesi quello che appare riguardo Libia e Siria su siti di estrema destra e alcuni di sinistra sia indistinguibile, sia dal punto di vista ideologico (l’assoluta preminenza della “geopolitica”) che metodologicamente (la delegittimazione strumentale delle informazioni).

Sin dalle prime manifestazioni in Siria, si è cominciato a dire che i filmati amatoriali, perlopiù girati con i telefoni cellulari, postati su You Tube o fatti filtrare all’estero, non erano altro che dei falsi, realizzati ad uso e consumo dei nemici del regime “progressista”, “antimperialista” e persino “socialista” di Damasco. Per molti mesi, nonostante la feroce repressione del regime, la manifestazioni e gli scioperi in Siria hanno mantenuto un carattere pacifico e non violento, ma questo non ha impedito ai nostri negazionisti di lamentare a destra ed a manca poliziotti e militari assassinati dai “terroristi”, riprendendo le veline dell’agenzia di Stato siriana e addirittura ampliandole. L’area rosso bruna ha condotto questa operazione con grande determinazione, coinvolgendo anche elementi provenienti dalla sinistra e dotati di credibilità nei movimenti e nell’associazionismo solidale.
In un secondo momento, quando una parte dell’opposizione siriana ha iniziato a fare ricorso alle armi, la propaganda rosso bruna non ha mutato le proprie caratteristiche, mentre a “sinistra” si è cominciato a dire che le iniziali manifestazioni pacifiche erano comprensibili ed anche giustificate, ma che ormai la situazione era degenerata in una guerra civile alimentata dal ben noto complotto americano-israelo-saudita e che, dunque, la cosa migliore da fare fosse sostenere il regime “progressista”, oltretutto sostenuto dai “comunisti”, come quelli della famiglia Bakdash. Un capolavoro di ipocrisia e malafede, perché la stessa gente “di sinistra” si era ben guardata dallo scendere in campo a sostegno degli scioperi e delle manifestazioni pacifiche. 
Ad ogni buon conto, la medesima tecnica negazionista continua ad accomunare rosso bruni ed “antimperialisti”: la maggior parte delle notizie provenienti dalla Siria viene semplicemente taciuta e, quando proprio bisogna parlarne, si mette sempre in evidenza come si tratti di notizie “provenienti dagli attivisti”, “impossibili da verificare attraverso altre fonti” e comunque “non confermate”. Si potrebbe osservare che, se questo è il metro di valutazione, anche le corrispondenze di Vittorio Arrigoni da Gaza sotto le bombe israeliane provenivano da un attivista, non erano verificate da altre fonti (non c’erano molti giornalisti stranieri a Gaza, nell’inverno 2008-2009) e certo gli Israeliani si guardavano bene dal confermarle. Ma è così che si fa informazione o, se preferite, controinformazione?

No. Informazione e controinformazione si fanno come faceva Vittorio e come fanno i bloggers e gli attivisti per i diritti umani in Siria, come Razan Ghazzawi, o come Mazen Darwish, desaparecido dal 16 febbraio, quando i militari dei servizi di sicurezza dell’Aeronautica Militare hanno fatto irruzione nella sede di Damasco del centro siriano per i media e la libertà di espressione, di cui è direttore. Si forniscono notizie e fatti che la propaganda omette e nasconde, prima ancora di smentire le menzogne della propaganda stessa. Al contrario, i clarinetti italiani del regime di Assad non forniscono alcuna informazione e il loro lavoro – esattamente come quello del citato Mattogno – è teso unicamente alla delegittimazione ed alla strumentale messa in dubbio delle notizie ed informazioni provenienti da altre fonti.  
L’informazione fatta da Vittorio ha aiutato il mondo a sapere e capire quello che avveniva a Gaza proibita ai giornalisti, così come lo è da mesi la Siria, fatti salvi, da un lato, gli embedded del regime e, dall’altro, quei pochi giornalisti coraggiosi entrati in Siria clandestinamente ed a rischio della vita. La disinformazione messa in campo dai negazionisti nostrani si pone l’obiettivo opposto: impedire che il mondo sappia e capisca cosa sta avvenendo in Siria.

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Un esempio concreto – ma potremmo citarne decine – della tecnica negazionista impiegata per delegittimare la rivoluzione siriana è quello che riguarda un video che l’emittente britannica Channel 4 ha diffuso il 5 marzo 2012, affermando di averlo ricevuto da un impiegato dell’ospedale militare di Homs, che lo aveva girato clandestinamente. Il video è visibile al link  http://www.channel4.com/news/exclusive-syrian-doctors-torturing-patients.
Il video mostra le immagini di alcune persone incatenate al letto, con i volti bendati ed evidenti segni di maltrattamenti sul corpo. Vengono ripresi anche alcuni fili elettrici ed altri cavi di gomma, che l’impiegato sostiene essere fra gli strumenti utilizzati per torturare i manifestanti arrestati.
In un articolo pubblicato anche a questo indirizzo http://www.cadoinpiedi.it/2012/03/09/il_video_sui_medici_che_torturano_in_siria_una_montatura.html , si sostiene che il video sia una montatura, con le seguenti argomentazioni:
“… il video non dà alcuna prova. Non mostra torture in atto ed è pieno di messinscene. Oltre al fatto che le torture si fanno in luoghi segreti e non in ospedali seppure militari, alla fine visitabili”. Visitabili da chi? Dagli attivisti per i diritti umani? Dai giornalisti? Quanto alla presunta inusualità del luogo di tortura, c’è bisogno di ricordare gli “ospedali psichiatrici” dell’era sovietica o la tristemente nota ESMA, la Scuola Meccanica dell’esercito argentino, concepita come scuola per la formazione degli ufficiali della marina argentina di Buenos Aires, soprattutto per quanto riguardava la preparazione tecnica in ingegneria e navigazione? Sin dal primo giorno del colpo di Stato dei militari, il 24 marzo 1976, la scuola divenne un centro di detenzione e di torture.
Eccezionale, poi, la rimostranza in merito al fatto che il video non mostri “torture in atto”, essendo risaputo che i torturatori sono soliti consentire a chiunque di riprendere dal vivo le loro imprese e magari utilizzarle per denunciarli.
Le bende sui volti degli uomini incatenati: “… per non vedere i torturatori? Ma potrebbero facilmente togliersi le bende avendo le mani libere. Forse le fasce servono a non essere riconosciuti nel video; il che suggerisce la messinscena. Altrimenti, perché non togliere le bende e mostrarli? Se sono stati liberati, sarebbe stato utile intervistarli, e almeno dire i loro nomi. E se non sono stati liberati, mostrarli in video anche bendati non significa forse condannarli?”. All’autrice dell’articolo non viene il sospetto che si tratti di persone forse sedate, sicuramente terrorizzate, non in grado di compiere gesti di ribellione. E poi, quell’impiegato che non pensa a togliere le bende ai prigionieri, per riprenderli comodamente di fronte e di profilo, magari con l’aiuto di qualche torturatore momentaneamente sfaccendato! E che non è andato nemmeno a cercare i presunti torturati, una volta liberati, per organizzare un talk show! Ma chi ha detto che siano stati liberati e che non si trovino ancora sottoposti alle amorevoli cure del personale dell’ospedale militare di Homs o che non abbiano fatto la triste fine di tanti altri loro compatrioti?
Accanto ad alcuni dei “feriti”, il video riprende in modo del tutto sfocato la presenza di una persona: se è qualcuno dell’ospedale come mai non si accorge del video in atto?”. Il fatto che l’impiegato che ha ripreso le immagini sia stato aiutato da qualche collega-complice non viene nemmeno preso in considerazione dall’autrice dell’articolo, che si premura di virgolettare il termine “feriti”, tanto per ribadire che quelle ferite sono molto dubbie: potrebbero essere dipinte.

Non è uno scherzo: l’autrice – che collabora anche con il Manifesto – scrive proprio questo: “L’immagine più cruenta è quella del torace di un uomo striato di segni di frusta che potrebbero essere dipinti e comunque di incerta origine”. Vediamo un po’: quei segni potrebbero essere stati prodotti da una dermatite, e le immagini essere state girate nel reparto di dermatologia dell’ospedale militare di Homs, conosciuto in tutto il Medio Oriente per la perizia dei suoi specialisti. Oppure, i segni sono stati una reazione allergica a dei falafel avariati, incautamente ingeriti dal paziente ingordo. Ancora, vista l’ipotesi dell’autrice dell’articolo, potrebbe trattarsi di un esempio di body art, che, come tutti sanno, va per la maggiore fra i giovani siriani.  
Battute a parte, appare evidente come questa sistematica negazione dell’evidenza risponda alla necessità di arginare l’indignazione che le notizie e le immagini provenienti dalla Siria possono provocare nell’opinione pubblica internazionale. Di conseguenza, si rende più difficile la solidarietà con il popolo siriano, perché chi ci assicura che quella feroce repressione sia realmente in corso e non si tratti, invece, di una sofisticata operazione mediatica condotta da alcune grandi potenze per costruire consenso attorno alla prossima guerra “umanitaria”?

A chi segue da anni la lotta di liberazione del popolo palestinese, non sfugge l’assonanza con le tecniche di disinformazione utilizzate dalla hasbara sionista, anch’esse mutuate – in quello che appare come un osceno paradosso – dalla cassetta degli attrezzi del negazionismo. Mutati luoghi e protagonisti, gli articoli di Marinella Correggia non sfigurerebbero su “Informazione Corretta”, il nodo italiano del network internazionale “Honest Reporting”: di informazione, non ne viene fornita alcuna, e il lavoro è solo quello di insinuare, mettere in dubbio e negare, negare sempre, anche di fronte all’evidenza. L’autrice di quegli “articoli” ed i suoi emuli si premurano costantemente di sottolineare come le notizie dalla Siria vengono diffuse da attivisti “con base a Londra” o comunque lontani dal terreno dove si svolgono gli eventi. Ma dove è la base da cui scrive la Correggia? A Damasco o, per caso, a Roma, Italia?

Se uno ha la pazienza di connettersi ad alcuni siti o alle pagine Facebook come Syrian Revolution 2011 e All4Syria, o anche su You Tube, di fronte alla mole di video dilettanteschi che mostrano manifestazioni, martiri, carri armati, ecc., la storia che si tratti di produzioni hollywoodiane appare poco credibile. Possibile che tutti quei corpi e corpicini sfigurati siano opera di pittori e truccatori e che gli edifici apparentemente bombardati siano di cartapesta? Per i nostri negazionisti, non è comunque un problema: se distruzioni e massacri sono avvenuti, sono opera dei “terroristi” per rigettarne la responsabilità sul legittimo governo siriano e provocare il famoso intervento internazionale, come avvenuto in Libia. Di più: per far scoppiare la Terza Guerra Mondiale, con tanto di bombardamento atomico su Napoli.

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